Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/445

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SCENA VII.

Beatrice, Rosaura, poi Colombina.

Beatrice. Con me poteva risparmiare il latino.

Rosaura. Eh! signora Beatrice, mio zio spera molto, ma io spero pochissimo.

Beatrice. Perchè?

Rosaura. Perchè con quanti parlo di questa causa, tutti mi dicono che vi è da temere.

Beatrice. Temere si deve sempre. Ma si deve anco sperare. Vostro zio sa quel che dice: è un uomo di garbo.

Rosaura. Sì, è vero, mio zio sa qualche cosa, ma non è pratico dello stile di questi paesi. Egli l’ha con queste sue allegazioni, con queste sue informazioni; ed io so che il Giudice non l’ha voluto e non lo vuole ascoltare, ma gli ha fatto dire che le sue ragioni le sentirà in contradditorio, il giorno della trattazione della causa.

Beatrice. Domani farà spiccare la sua virtù.

Rosaura. Il signor Florindo si è provveduto d’uno de’ migliori avvocati di Venezia, ed è questo quello che mi fa più paura.

Beatrice. Mi vien detto che questo signor avvocato, oltre l’essere eccellente nella sua professione, sia poi un uomo pieno di buone maniere e di una amenissima conversazione.

Rosaura. Aggiungete un uomo ben fatto, con una idea che colpisce e con una grazia che incanta.

Beatrice. L’avete veduto?

Rosaura. Sì, l’ho veduto.

Beatrice. E un beli’uomo dunque?

Rosaura. Di bellezze non me n’intendo; ma se l’avessi a giudicar io, lo preferirei ad ogni altro.

Beatrice. Gli avete mai parlato?

Rosaura. Una volta. Era egli col medico. Io, che desiderava r occasione di sentirlo discorrere, mi fermai colla serva a chiedere al medico, s’era tempo di principiare la purga. Quel graziosissimo Veneziano entrò pulitamente nel proposito della purga,