Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/456

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Alberto. Chi lo mette, vai un tesoro.

Rosaura. Se fosse vero, non le sareste nemico.

Alberto. Oh! me xe casca le carte. Ho perso, bisogna che paga. Ecco do felippi e do lire. (si lascia cader le carte di mano e paga le due donne)

Beatrice. Siete un tagliatore adorabile.

Rosaura. Questa sera tagliate in mio favore, e domani taglierete contro di me.

Alberto. S’hala gnancora sfoga?

Rosaura. Stassera mi sfogo io, e domani vi sfogherete voi.

Alberto. (Debotto (a) non posso più resister). (da sé, smanioso)

Conte. E così, che facciamo? Ho da perdere il mio denaro con questo bel gusto?

Alberto. Se no la voi zogar, nissun la sforza.

Conte. Voglio giuocare. Animo, presto. Fante a un zecchino.

Alberto. Vorla missiar?

Conte. Se volessi mescolare, mescolerei; tagliate.

Alberto. Eia xe tutto furia, e mi tutto flemma. Via, zentildonne, che le metta.

Beatrice. Che cosa abbiamo da mettere?

Alberto. Che le metta al banco.

Beatrice. L’oro mi fa paura.

Alberto. Tirerò via l’oro. Lasso sto zecchin per el sior Conte.

Beatrice. Asso al banco. (Alberto taglia)

Alberto. Fante: ho venzo mi. Sto zecchin farà compagnia a st’altro. Mettemoli qua, sotto sto candelier. (h) Asso ha vadagnà, son sbanca, no se zoga più. (Beatrice tira il banco)

Conte. I miei due zecchini?

Alberto. Me despiase, ma mi non taggio altro.

Conte. Bell’azione!

Beatrice. Via, via, signor Conte, un poco di convenienza.

Conte. (Si scalda, perchè va bene per lei (’)). (da sé (a) Debotto, or ora. (b) Pone li due zecchini sotto al candeliere. (I) Bett. e Pap.: perchè li mangia lei.