Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/547

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


» è un effetto del merito mio, che mi rende amabile senza mia colpa, e se qualcheduno parla di me con poco rispetto, è l’invidia che lo accende di sdegno.

Beatrice. Orsù, venghiamo alla conclusione (1). O cambiate costumi, o saprò rimediarvi.

Lelio. Bel bello con queste minaccie. Signora mia, non mi avete trovato nel fango.

Beatrice. Né io sono qualche villana.

Lelio. Rispettatemi, se volete esser rispettata.

Beatrice. Il vostro modo di vivere non esige rispetto.

Lelio. Ma io poi troverò il segreto di farvi stare a dovere.

Beatrice. In grazia, signore sposo, qual è questo bel segreto?

Lelio. Avete curiosità di saperlo?

Beatrice. Sì, mi farà piacere.

Lelio. Quando si tratta di compiacerla, glielo dirò in confidenza: il segreto per farle aver giudizio, è un bastone. (parie)

Beatrice. A me un bastone! Pretende voler vivere a suo modo, e ch’io non abbia ad esser gelosa? Bel servizio mi ha fatto mio padre a darmi questo canchero per marito! Ma giuro al cielo, o finirà di burlarsi di me, o troverò la maniera di vendicarmi. (parte

SCENA X.

Altra camera di Pancrjizio. Ottavio e Rosaura.

Rosaura. Crudele! E voi avete cuore d’abbandonarmi?

Ottavio. Ah, Rosaura, non accrescete colle vostre lacrime il mio dolore. Pur troppo sento spezzarmi il cuore nel distaccarmi da voi; ma convien farlo, non vi è rimedio.

Rosaura. Come non vi è rimedio? E chi può violentare gli affetti nostri?

Ottavio. L’autorità di vostro padre. (1) Bett: alle corte.