Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/595

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SCENA Vili.

Lelio e detti.

Lelio. Trattenete i colpi; a me appartiene il duello. (ad Ottavio)

Ottavio. Siete venuto tardi. Egli è ferito per le mie mani. (entra in casa)

Lelio. (Spiacemi aver io perduta la gloria di sì bel colpo. Mia moglie mi ha di soverchio trattenuto colle sue femminili sciocchezze), (da sé)

Florindo. Amico, abbiate pietà di me.

Lelio. Siete mortalmente ferito?

Florindo. Non lo so. Il colpo l’ebbi in un fianco. Vado spargendo il sangue. Soccorretemi, per cortesia.

Lelio. E cosa da cavaliere soccorrere chi chiede aiuto. Se non isdegnate l’offerta, vi farò mettere nel mio letto; così abbrevierete il cammino.

Florindo. Accetto volentieri le vostre grazie. (So ch’io vado nelle memi de’ miei nemici, ma la ferita non mi permette l’andare altrove). (entra in casa di Panaazio)

Lelio. Non è senza mistero, ch’io l’introduca nella nostra casa. Potrà più facilmente disdirsi dell’ingiurie proferite contro Rosaura. (entra in casa

SCENA IX.

Il Dottore, poi Trastullo (I).

Dottore. Io non dormo la notte, pensando al testamento di mio fratello. Son anni che si aspetta questa sua eredità. Non già che io gli augurassi la morte; ma era poco sano, doveva morire, e Rosaura doveva essere l’erede. Rosaura doveva sposar mio nipote ed io doveva essere il tutore, il curatore e l’amministratore della pupilla e dell’eredità. Poh! Avrei fatto il buon negozio! Pancrazio mi ha rovinato. Ma per bacco baccone, non ha (I) Vedasi Appendice.