Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/599

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Dottore. Si sa; mìo nipote non è sì pazzo. Dove sarà egli? Vorrei trovarlo; vorrei avvisarlo; non vorrei che s’impegnasse.

Trastullo. Di queste lettere, per amor del cielo, non dica niente.

Dottore. Non dubitare, le terrò celate.

Trastullo. Bisognerà che le sigilliamo, e che le diamo al signor

Pancrazio.

Dottore. Sì, gliele daremo a suo tempo. Prima vo’ vedere se mi riesce un colpetto, che ora mi passa per la mente.

Trastullo. Qualche bella cosa degna del suo spirito.

Dottore. Andiamo dal signor Pancrazio.

Trastullo. Guardi che non le faccia qualche mala grazia.

Dottore. Fa una cosa. Tu sei da lui ben veduto. Vallo a ritrovare. Senti prima se ha traspirato niente. Poi digli che mi hai persuaso a fare con lui un aggiustamento, e se lo vedi disposto a trattare con me, viemmi a chiamare dalla finestra, che sarò dal libraio. Fammi un cenno, e vengo subito.

Trastullo. Sarà servita. Farò tutto pulitamente.

Dottore. Caro Trastullo, se la cosa riesce secondo la mia intenzione, ti darò una ricompensa che non l’aspetti.

Trastullo. Sarà per sua grazia, non per mio merito.

Dottore. Via, non perder tempo.

Trastullo. Vado subito. (La cosa va bene, che non può andar meglio). (da s’è, entra in casa di Pancrazio)

Dottore. Trastullo è un grand’uomo. Mi ha fatto un servizio veramente segnalato. Se m’imbarcava in una lite, stava fresco. Queste lettere mi hanno illuminato, e Trastullo ne ha il merito. Ora, giacche Pancrazio ha da perdere tutto, vo’ veder se mi riesce di prevenire in qualche parte i suoi creditori. (parte

SCENA X.

Camera in casa di Pancrazio. Florindo e Lelio.

Florindo. Vi ringrazio, signor Lelio, del buon ufficio che praticato mi avete. La ferita è assai leggiera. Posso andarmene liberamente.