Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/158

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150 ATTO SECONDO


se portar guardaroba, patron romper brazza. Mi star imbroiada, come pulesa1 in perrucca tegnosa.

Brighella. Dov’è el patron?

Arlecchino. Brighella, star vegnuda a tempo.

Brighella. Cossa voler?

Arlecchino. Tegnir abita. (gli dà l’abito)

Brighella. Cossa aver da far?

Arlecchino. Quel che ti voler. Cussì mi no metter, mi no portar: nè patron, nè patrona mi bastonar. (parte)

Brighella. Costù l’è un gran matto. Vado a avvisar el patron, che el carrozzin l’è pronto. (parte)

SCENA VI.
Camera d’udienza nell’appartamento di don Florindo.
Donna Rosaura sola.

Manco male, che mi è riuscito di acquietar mio marito. L’aveva fatta la risoluzione, e s’io non arrivava in tempo, trovava i bauli sul carrozzino. Per obbligarlo a restare, non è stato mal fatto ch’io gli abbia dipinto diversamente il trattamento delle due dame2. Veramente, mi hanno fatto ingoiare qualche boccone amaro; ma spero che si cangeranno, e quelle buone grazie che non mi hanno usato stamane, spero che le otterrò questa sera. Con le buone maniere, con le parole rispettose e obbliganti, e coi buoni offici della contessa Beatrice, spero d’ottener l’intento. Mi basta una sol volta poter dire di essere stata in una conversazione numerosa di dame, accolta, trattata e ammessa indistintamente con esse. Dopo ciò, me ne vado immediatamente alla patria; ma per conseguir un tale onore, farei qualunque gran sacrifizio.

  1. Pulese, pulce.
  2. Segue in Bett.: «Brigh. Lustrissima, gh’è ecc.»; e così comincia la sc. III.