Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/26

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20 ATTO PRIMO


vede più; onde per provare le nostre scene, signor capo di compagnia, vi converrà far accender dei lumi.

Orazio. Quand’è così, sarà meglio alzar la tenda. Tiratela su, che non voglio spendere in lumi. (verso la scena)

Eugenio. Bravo, viva l’economia.

Orazio. Oh amico caro, se non avessi un poco d’economia, le cose anderebbero in precipizio. I comici non si arricchiscono. Quanti ne acquistano, tanti ne spendono. Felici quelli che in capo all’anno la levano del pari; ma per lo più l’uscita è maggiore dell’entrata.

Eugenio. Vorrei sapere per qual causa non volevate alzare la tenda.

Orazio. Acciocchè non si vedesse da nessuno a provare le nostre scene.

Eugenio. A mezza mattina chi ha da venire al teatro?

Orazio. Oh, vi sono de’ curiosi, che si leverebbero avanti giorno.

Eugenio. La nostra compagnia è stata altre volte veduta, non vi sarà poi tanta curiosità.

Orazio. Abbiamo dei personaggi nuovi.

Eugenio. È vero; questi non si deve lasciarli vedere alle prove.

Orazio. Quando si vuol mettere in grazia un personaggio, conviene farlo un poco desiderare, e per farlo comparire bisogna dargli poca parte, ma buona.

Eugenio. Eppure vi sono di quelli che pregano i poeti, acciocchè facciano due terzi di commedia sopra di loro.

Orazio. Male, malissimo. Se sono buoni, annoiano; se sono cattivi, fanno venir la rabbia.

Eugenio. Ma qui si perde il tempo, e non si fa cosa alcuna. Questi signori compagni non vengono.

Orazio. L’uso comune dei commedianti, levarsi sempre tardi.

Eugenio. La nostra maggior pena sta nelle prove.

Orazio. Ma le prove sono quelle che fanno buono il comico.

Eugenio. Ecco la prima donna.

Orazio. Non è poco che sia venuta prima degli altri. Per usanza le prime donne hanno la vanità di farsi aspettare.