Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/269

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LA BOTTEGA DEL CAFFÈ 259

Ridolfo. Gira il mondo anche della gente onorata.

Don Marzio. Pellegrina! Ah, buffone!

Ridolfo. Non si può saper chi sia quella pellegrina.

Don Marzio. Lo so1. È quella dell’anno passato.

Ridolfo. Io non l’ho più veduta.

Don Marzio. Perchè sei un balordo.

Ridolfo. Grazie alla sua gentilezza2. (Mi vien volontà di pettinargli quella parrucca). (da sè)

SCENA XIII.
Eugenio dal giuoco, e detti.

Eugenio. Schiavo, signori, padroni cari. (allegro e ridente)

Ridolfo. Come! Qui il signore Eugenio?

Eugenio. Certo; qui sonoÌ3. (ridendo)

Don Marzio. Avete vinto?

Eugenio. Sì signore, ho vinto, sì signore.

Don Marzio. Oh, che miracolo!

Eugenio. Che gran caso! Non posso vincere io? Chi sono io? Sono uno stordito?

Ridolfo. Signor Eugenio, è questo il proponimento di non giuocare?

Eugenio. State zitto. Ho vinto.

Ridolfo. E se perdeva?

Eugenio. Oggi non potevo perdere.

Ridolfo. No? Perchè?

Eugenio. Quando ho da perdere, me lo sento.

Ridolfo. E quando se lo sente, perchè giuoca?

Eugenio. Perchè ho da perdere.

Ridolfo. E a casa quando si va?

Eugenio. Via, mi principierete a seccare?

Ridolfo. Non dico altro. (Povere le mie parole!) (da sè)

  1. Bett., Pap. ecc.: lo so, lo so.
  2. Bett.: Grazie a lei.
  3. Bett.: E come che sono qua.