Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/301

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LA BOTTEGA DEL CAFFÈ 291


colla ballerina e colla pellegrina; e me le ha dipinte per due scelleratissime femmine.

Placida. Ah scellerato!

Lisaura. Ah maledetto!

SCENA XXIII.
Leandro sulla porta della locanda, e detti.

Leandro. Signor sì, signor sì, V. S. ha fatto nascere mille disordini; ha levata la riputazione colla sua lingua a due donne onorate.

Don Marzio. Anche la ballerina onorata?

Lisaura. Tale mi vanto di essere. L’amicizia col signor Leandro non era che diretta a sposarlo, non sapendo che egli avesse altra moglie.

Placida. La moglie l’ha, e sono io quella.

Leandro. E se avessi abbadato al signor don Marzio, l’avrei nuovamente sfuggita.

Placida. Indegno!

Lisaura. Impostore!

Vittoria. Maldicente!

Eugenio. Ciarlone!

Don Marzio. A me questo? A me, che sono l’uomo il più onorato del mondo?

Ridolfo. Per essere onorato non basta non rubare, ma bisogna anche trattar bene.

Don Marzio. Io non ho mai commessa una mala azione.

SCENA XXIV.
Trappola e detti.

Trappola. Il signor don Marzio l’ha fatta bella.

Ridolfo. Che ha fatto?

Trappola. Ha fatto la spia a messer Pandolfo; l’hanno legato, e si dice che domani lo frusteranno.

Ridolfo. È uno spione!1 Via dalla mia bottega. (parte dalla finestra)

  1. Bett.: Spione! Pap.: Lo spione!