Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/323

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IL BUGIARDO 311

Brighella. Ela andada ben?

Florindo. Non poteva andar meglio.

Brighella. Ma siora Rosaura no sa chi gh’abbia fatto sta serenada.

Florindo. Ciò non m’importa: mi basta che l’abbia ella goduta.

Brighella. La vada in casa, la se fazza veder, la fazza almanco sospettar che sta finezza vegna da V. S.

Florindo. Il cielo me ne liberi. Anzi, per non dar sospetto di ciò, vo per di qua. Faccio un giro, ed entro in casa per l’altra porta1. Vieni con me.

Brighella. Vegno dove la vol.

Florindo. Questo è il vero amore. Amar senza dirlo. (partono

SCENA II.
Lelio e Arlecchino, Rosaura e Beatrice sul terrazzino.

Lelio. Che ne dici, Arlecchino, eh? Bel paese ch’è questa Venezia! In ogni stagione qui si godono divertimenti. Ora che il caldo chiama di nottetempo al respiro, si godono di queste bellissime serenate.

Arlecchino.a Mi sta serenada no la stimo un soldo.

Lelio. No? perchè?

Arlecchino. Perchè me piase le serenade, dove se canta e se magna.

Lelio. Osserva, osserva, Arlecchino, quelle due signore che sonò su quel terrazzino. Le ho vedute anche dalla finestra della mia camera, e benchè fosse nell’imbrunir della sera, mi parvero belle.

Arlecchino. Per vussioria tutte le donne le son belle a un modo. Anca la siora Cleonice in Roma la ve pareva una stella, e adesso l’avi lassada.

Lelio. Non me ne ricordo nemmeno più. Stando tanto quelle si-

  1. Gli Arlecchini in oggi comunemente usano il linguaggio veneziano.
  1. Bett.: per la porta del mio mezzado, che comunica colla entrata della casa contigua.