Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/374

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362 ATTO SECONDO

Lelio. Permette la signora Rosaura, ch’io abbia il vantaggio di riverirla?

Rosaura. Oh perdonatemi, signor Marchese, non vi aveva osservato.

Lelio. Che legge di bello? Poss’io saperlo?

Rosaura. Ve lo dirò. Colombina mi ha chiamato sul terrazzino; ha ella ritrovato a caso questo sonetto, me lo ha consegnato, e lo trovo essere a me diretto.

Lelio. Sapete voi chi l’abbia fatto?

Rosaura. Non vi è nome veruno.

Lelio. Conoscete il carattere?

Rosaura. Nemmeno.

Lelio. Potete immaginarvi chi l’abbia composto?

Rosaura. Questo è quello ch’io studio, e non l’indovino.

Lelio. È bello il sonetto?

Rosaura. Mi par bellissimo.

Lelio. Non è un sonetto amoroso?

Rosaura. Certo, egli parla d’amore. Un amante non può scrivere con maggior tenerezza.

Lelio. E ancor dubitate chi sia l’autore?

Rosaura. Non me lo so figurare.

Lelio. Quello è un parto della mia musa.

Rosaura. Voi avete composto questo sonetto?

Lelio. Io, sì, mia cara; non cesso mai di pensare ai vari modi di assicurarvi dell’amor mio.

Rosaura. Voi mi fate stupire.

Lelio. Forse non mi credete capace di comporre un sonetto?

Rosaura. Sì, ma non vi credeva in istato di scriver così.

Lelio. Non parla il sonetto d’un cuor che vi adora?

Rosaura. Sentite i primi versi, e ditemi se il sonetto è vostro:

     Idolo del mio cor, nume adorato,
          Per voi peno tacendo, e v’amo tanto..

.

Lelio. Oh, è mio senz’altro. Idolo del mio cor, nume adorato, Per voi peno tacendo, e v’amo tanto. Sentite? Lo so a memoria.

Rosaura. Ma perchè tacendo, se ieri sera già mi parlaste?