Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/531

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Sancio. Perchè mi volete lasciare? Fermatevi, starete questa sera a conversazione con noi.

Aspasia. La mia conversazione l’ho da fare in casa.

Sancio. Siete attesa?

Aspasia. Signor sì, sono aspettata dal padrone, che avanza le cento doppie.

Sancio. Le cento doppie avanti sera le averete.

Aspasia. Avanti sera? (con ironia)

Sancio. Senz’altro. Ve lo prometto.

Aspasia. Quando non le ho adesso, non mi servono.

Sancio. Ma per qual causa?

Aspasia. Perchè domattina mi aspetto qualche malanno.

Sancio. L’ho da sapere ancor io. Non vi sarà chi ardisca farvi un affronto, sapendo che dipendete da me.

Aspasia. Oh! piano con questo dipender da voi. Non mi par di essere niente del vostro.

Sancio. M’intendo dire, sapendo ch’io vi proteggo.

Aspasia. Oh! di grazia, non si scaldi per me.

Sancio. Mi sembra che la mia buona amicizia non vi sia inutile.

Aspasia. Si vede.

Sancio. Voi potete disporre della mia autorità.

Aspasia. Capperi! è qualche cosa.

Sancio. Or ora, col mezzo del segretario, si avranno le cento doppie.

Aspasia. Oh! caro don Sancio, voi mi consolate.

SCENA IXnota.
Il Paggio e detti.

Paggio. Eccellenza, il segretario si sente un gran male. Si è gettato sul letto. Ha dei dolori terribili, e il medico è là che l’assiste. (via)

Sancio. Oh, quanto di ciò m’incresce! Se il segretario non stende certa scrittura, non si averanno le cento doppie.