Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/60

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54 ATTO SECONDO


alto mar colla nave, osservando dalla bussola della calamita che el vento sbalza da garbin a sirocco, ordena ai marineri zirar le vele, cussi anca mi ai marineri dei mi pensieri...

Orazio. Basta così, basta così.

Anselmo. Obbligatissimo alle so grazie1. Perchè no volelaa che fenissa la mia scena?

Orazio. Perchè queste comparazioni, queste allegorie non si usano più.

Anselmo. E pur, quando le se fa, la zente sbatte le man.

Orazio. Bisogna vedere chi è che batte. La gente dotta non s’appaga di queste freddure. Che diavolo di bestialità paragonare l’uomo innamorato al piloto che è in mare, e poi dire: I marineri dei miei pensieri! Queste cose il poeta non le ha scritte. Questo è un paragone recitato di vostra testa.

Anselmo. Donca non ho da dir paralleli?

Orazio. Signor no.

Anselmo. Non ho da cercar allegorie?

Orazio. Nemmeno.

Anselmo. Manco fadiga, e più sanità. (parte)

SCENA X.
Orazio ed Eugenio.

Orazio. Vedete? Ecco la ragione per cui bisogna procurar di tenere i commedianti legati al premeditato, perchè facilmente cadono nell’antico e nell’inverisimile.

Eugenio. Dunque s’hanno da abolire intieramente le commedie all’improvviso.

Orazio. Intieramente no; anzi va bene che gl’Italiani si mantengano in possesso di far quello che non hanno avuto coraggio di far le altre nazioni. I Francesi sogliono dire che i comici

  1. Perchè non vuole.
  1. Bettin. aggiunge: (si cava la maschera).