Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/542

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526 ATTO TERZO

Rosaura. Voi siete nata per tormentarmi.

Corallina. Non so che dire; se penso bene alle cose seguite, vedo a mia confusione, che avete qualche ragione di lamentarvi di me. Tuttavolta sono ancora in caso di rimediare al mal fatto, e posso rendervi consolata.

Rosaura. Sì, sì, prendetevi spasso d’una povera figlia abbandonata, perseguitata, tradita.

Corallina. Sentite, signora Rosaura: la verità non si può nascondere. Il signor Florindo ha promesso di sposarmi, e dica ciò che vuole, lo scritto è scritto, e dice il proverbio: carta canta, e villan dormi1. Vedo per altro, che il signor Florindo è innamorato più di voi che di me; onde non mi ha amata mai, o si è pentito adesso di amarmi. Comunque sia la cosa, credetemi, ve lo giuro, non lo sposerei per tutto l’oro del mondo.

Rosaura. Sì, sì, lo dite per lusingarmi, ma avete in tasca la sua obbligazione. Dirò come dite voi: carta canta, e villan dormi.

Corallina. Per farvi credere una cosa, bisogna farvela toccar con mano. Vedete voi questi pezzi di carta?

Rosaura. Li vedo: che cosa sono?

Corallina. Ecco qui: Prometto e giuro sposare ecc. Florindo Aretusi affermo.

Rosaura. E che vuol dire?

Corallina. Non vedete? Questa è l’obbligazione che mi aveva fatta il signor Florindo, stracciata, ridotta in pezzi, e resa inutile affatto.

Rosaura. Chi ve l’ha fatta stracciare?

Corallina. L’ho stracciata da me medesima.

Rosaura. Ma perchè?

Corallina. Per più ragioni, tutte giuste, tutte buone e tutte oneste. In primo luogo: chi non mi vuol, non mi merita. In secondo luogo: se egli è pentito d’aver promesso di sposarmi, non voglio pentirmi io dopo d’averlo sposato. Terzo: ho qualche speranza nell’affetto del mio padrone. E per ultimo: non voglio

  1. Così nel testo. Più comunemente dorme.