Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/286

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Sancio. Dovete passar nel mio.

Alonso. Per qual ragione?

Sancio. Il generale ve lo destina per carcere.

Alonso. Ah don Sancio ! quest’ è troppo.

Sancio. Obbedite al comando.

Alonso. Bene; verrò innanzi sera.

Sancio. Ora dovete andarvi.

Alonso. Come ! cosi si trattano gli uffiziali ?

Sancio. Tacete, incauto, ed apprendete a rispettare gli ordini de’ superiori vostri : uscite subito di questa casa, passate immedia- tamente alla mia.

Alonso. Andate, ch’io vi seguo.

Sancio. No, precedetemi.

Alonso. Lasciatemi congedare da’ padroni di casa.

Sancio. Farò io col signor Pantalone le vostre parti.

Alonso. Ma ... il mio bagaglio ?

Sancio. Io ne prenderò cura. Andate.

Alonso. Questa è una crudeltà.

Sancio. La vostra è troppa arditezza. Don Alonso, non vi fidate, perchè io sia vostro zio. Chi serve il Sovrano, dee spogliarsi d’ogni parzialità. Obbedite al comando, o in me avrete un nemico.

Alonso. Ah don Sancio, abbiate compassione di me.

Sancio. Sì, vi compatisco ; ma faccio il mio dovere, e vi solle- cito a fare il vostro. Sapete voi stesso quanto sia grande e quanto sia necessario in un esercito il rigor delle leggi. Guai a noi, se si potesse violare quella subordinazione, che ci tiene tutti soggetti. Quanto durerebbe un’ armata, se fosse lecito agli uffiziali il battersi impunemente fra loro ? Quali disordini na- scerebbero, se si lasciasse libero il corso alle disordinate pas- sioni? Obbedite al comando, arrossite di meritar il castigo, e non ardite di preterire, per quanto vi può esser caro l’ onore.

Alonso. (Ah, pazienza ! Rosaura, oh cielo ! chi sa, se ci vedre- mo mai più). (da sé, parte)

Sancio. Povero giovine ! mi fa pietà. Ma la militar disciplina vuol rigore, vuol severità, vuol giustizia. (parte