Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/369

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Ottavio. Asinaccio, mi burli?

Arlecchino. Coss’ è sto asinaccio ? Sangue de mi !

Ottavio. Zitto, non andar in collera. Non mi far alterare, per amor del cielo. Brighella, che cosa vuoi ?

Brighella. O che la veda sto conto delle spese, o che la me daga dei denari, e tireremo avanti.

Ottavio. Eccoti una doppia, e tiriamo innanzi. Cotta al sole, (rìde)

Arlecchino. No se burla i poveri servitori.

Ottavio. Zitto ; un cappone, mezzo tu e mezzo io. (rìde)

Brighella. Caro signor, la se perde con quel martuffo?

Ottavio. Mi diverto assai. Arlecchino mi fa ridere. Sei il mio buffone, non è vero?

Arlecchino. Mi buffon? Me maravei dei fatti vostri.

Ottavio. Zitto, non mi far agitare.

Servitore. Quando comanda, è in tavola.

Ottavio. Oh buono, buono. Andiamo, alzatemi. Cotta al sole, cotta al sole. (tutti via

SCENA XIII.

Camera di Beatrice. Beatrice e Florindo.

Beatrice. Caro signor Florindo, voi siete pieno di buone grazie.

Florindo. Voi siete la stessa bontà, e perciò mi soffrite.

Beatrice. Di grazia, accomodatevi un poco.

Florindo. L’ora è tarda, signora, non vorrei esservi di soverchio incomodo. (Non si vede la signora Rosaura). (da sé)

Beatrice. Per me è presto. Io non pranzo che due o tre ore dopo il mezzogiorno. Mio fratello vuol mangiar presto, e mangia solo. In questa casa ognuno la fa a suo modo.

Florindo. Così va benissimo, uno non dà soggezione ali’ altro. La signora Rosaura pranzerà con voi.

Beatrice. Oh si sa! Ella è la mia compagnia.

Florindo. Sarà alla tavoletta la signora Rosaura, sarà ad assettarsi.