Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/162

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search



gradasso, ci proveremo. Vedrete la differenza che passa fra il fioretto e la spada.

Ottavio. Voglio vederla adesso questa differenza.

Orazio. Di qui non esco, senza il pagamento della cambiale.

Ottavio. Giuro al cielo. (mette la mano alla guardia della spada)

Orazio. Perdereste il rispetto alla vostra casa?

Ottavio. No; ad onta della mia collera, conosco il dover mio. Non posso in casa mia attaccarvi; ma posso ben dirvi, che siete un vile.

Orazio. Ed io posso rispondervi, che siete un temerario.

Ottavio. Chi in casa mia m’insulta, o esca per soddisfarmi, o lo farò tosto balzare da una finestra.

SCENA IV.

Pantalone e detti.

Pantalone. Cossa gh’è? Coss’è sto strepito? Cossa xe sta?

Ottavio. Signore, permettetemi ch’io vi dica...

Orazio. Alle corte, signor Pantalone, mi favorisca de’ miei tre- mila zecchini.

Pantalone. La sappia che el vestiario xe all’ordene, e che do- man a mezzo zorno la gh’averà i so abiti a casa.

Ottavio. (Freme da sè.)

Orazio. Non voglio altri abiti: voglio il pagamento della cambiale.

Pantalone. Come! La m’ha ordenà el vestiario, la me l’ha fatto far, e adesso no la lo voi? Che novità xe questa?

Orazio. Non voglio aver altro che far con voi, per non soffrire impertinenze maggiori da vostro figlio.

Pantalone. Coss’è? Cossa gh’astu fatto? (ad Ottavio)

Ottavio. Ah signor padre, prima di dargli fede, assicuratevi me- glio della verità della sua persona.

Pantalone. Cossa vorressistu dir?

Orazio. Meno ciarle, signore, ecco la cambiale, a vista. Pagatela. (gli presenta il solito foglio)

Ottavio. Prima di pagarla, esaminatela bene. (a Pantalone