Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/340

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328 ATTO SECONDO

E contasi per vanto de’ nomi principali

Ai splendidi conviti aver più commensali.
Fabio. Tu prodigo di grazie ti mostri con più d’uno.
Più mense un dì frequenti, e sempre sei digiuno.
Lisca. Ciascun perito in arte, merito acquista e lode;
Tale in battaglia, e tale fra gli oratori è prode.
A tutti il sommo Giove varia virtù dispensa:
A me quella è concessa che esercito alla mensa.
Siccome in te il valore ammirasi eccellente
D’esser coi protettori adulator cliente.
Fabio. Tale sol di Lucano, non d’altri esser mi vanto.
Lisca. Ma il protettore aduli, ma lo schernisci intanto.
De’ clientuli l’uso nell’inchinarlo osservi;
T’unisci indi a sfregiarlo coi schiavi e con i servi.
Chi più di te mordace contro Terenzio avventa
Le satire pungenti, e le calunnie inventa?
E pur Lucan lo stima, e in sua presenza il lodi.
Ciascuno il suo mestiere sa fare in vari modi.
Fabio. Se critico lo schiavo, soffrir lo deve in pace;
Lavinio mi diletta, Terenzio a me non piace.
E se del signor nostro lo lodo alla presenza,
Opra è del mio rispetto, di mia convenienza.
Lisca. Anch’io teco m’accordo nel condannar colui,
Che i parti di Menandro ci pubblica per sui.
Dell’Andria e la Perintia, ambe dell’autor greco,
Le favole tradotte Terenzio portò seco,
E fattene una sola, di due ch’erano in prima,
La gloria dai Romani procacciasi, e la stima.
Fabio. Non son le lodi sparse pel merto dell’autore,
Ma in grazia di Lucano, di Roma senatore.
Mille, qual noi, Terenzio in pubblico han lodato,
Che l’han trovato degno di biasimo in privato.
Lisca. Dicesi che il padrone farallo un dì liberto.
Fabio. Coronasi fortuna, non si corona il merto.
Lisca. Mira Lucano. (guardando fra le scene)