Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/346

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334 ATTO SECONDO

Creusa.  Il mio rispetto osserva

Le leggi d’una schiava, il dover d’una serva.
Lucano. Serva, soggetta e schiava all’arbitro, al signore,
Prestar dee servitute, e se ’l richiede, amore.
Creusa. Amore è larga fonte, divisa in più d’un ramo;
Amasi in varie guise, in una sola io t’amo.
Amano i figli il padre, l’amico ama l’amico,
Padron s’ama dai servi, e questo è amor pudico.
Da fiamma contumace, che l’onestade eccede,
Schiava fra lacci ancora esente andar si crede.
Lucano. No, se per lei vezzosa il suo signor sospira.
Creusa. A nozze tali in Roma un eroe non aspira.
Lucano. Ad altro aspirar puote, quando l’amor l’accieca.
Creusa. Offender l’onestade non consente una Greca.
Lucano. De’ Romani la legge te dallo scorno esime.
Creusa. Le leggi d’onestate di Romolo fur prime.
Lucano. Quelle che Roma approva, deon reputarsi oneste.
Creusa. Quelle che in Grecia appresi, signor, non sono queste.
Lucano. In Grecia or più non sei, ma in Roma, e fra catene.
Creusa. Il piè strascino in Roma, ma il cuor serbo in Atene.
Lucano. Posso veder, s’è vero, col trartelo dal petto.
Creusa. Fallo pur, se t’aggrada; la morte è il mio diletto.
Lucano. Il tuo diletto, ingrata, morte non è, ma vita,
Che invan goder tu speri col tuo Terenzio unita.
Creusa. Ad uom di pari sorte, di pari grado e amore,
Femmina non è rea, s’offre la destra e il cuore.
Lucano. Fin dove lusingarti potrebbe un folle ardire?
Creusa. A tollerar la pena, a soffrire, a morire.
Lucano. Dunque d’amar confessi.
Creusa.  Non so mentir: l’ho detto.
Lucano. (Ah! che mi desta in seno pietà, più che dispetto), (da sè)
Fingi d’amarmi almeno.
Creusa.  Che prò, s’io lo facessi?
Lucano. Fingi d’amarmi, e finti concedimi gli amplessi.
Creusa. Deh piacciati, signore, pregio di cuor sincero;