Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/360

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
348 ATTO TERZO

Di quanto a me dicesti non intendo parola.

Studia di mia vendetta modi men duri e strani,
Se il premio vuoi che cerchi, aver dalle mie mani.
Lisca. Farò... Tu che faresti?
Damone.  Farei, se col padrone
Avessi confidenza, parecchie cose buone.
Gli direi, per esempio... sì, questo dir potrei,
E prove a sostenerlo, e testimoni avrei:
Passan segreti amori fra Terenzio...
Lisca.  E Creusa?
Damone. No. Interromper chi parla la civiltà non usa,
Passan segreti amor fra Terenzio.
Lisca.  E Barsina?
Damone. No, che crepar tu possa innanzi domattina.
Fra lui e l’adottiva figlia del suo signore.
Oh vedi, se uno schiavo gli reca un bell’onore!
Se il sa Lucan, vedrassi Terenzio alla catena,
Avrà di mille verghe i colpi sulla schiena;
Che in Roma è minor colpa render un uomo esangue,
Che d’una cittadina bruttar l’illustre sangue.
Lisca. Questo farò. Svelato da me sarà l’arcano;
Ti è noto, se mi crede, se ascoltami Lucano.
Damone. Pera Terenzio, e cada in odio dei Romani.
Lisca. Abbia Damon l’intento, e Lisca i due fagiani.

SCENA II.

Fabio e detti.

Fabio. Fortunato Terenzio!

Lisca.  Qual novità?
Damone.  Che fu?
Fabio. Una commedia sola puossi pagar di più?
In premio dell’Eunuco, gli edili in pien Senato
Con ottomila nummi han lui rimunerato.