Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/371

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TERENZIO 359

Terenzio. Ti son fedel.

Creusa.  Si vede.
Terenzio.  Ascolta in pochi accenti
La ragion dell’inganno.
Creusa.  Non vo’ saperla. (si scosta)
Terenzio.  Eh, senti.
(seguitandola)

SCENA XIII.

Livia ed i suddetti.

Livia. Creusa, a che qui resti, partito il tuo signore?

Terenzio. Io, per ordin di lui, deggio parlarle al cuore. (a Livia)
Livia. Te per tal opra ha scelto, ch’ardi per lei nel seno?
(a Terenzio)
Creusa. Di quel che per te peni, arde per me assai meno.
Livia. Schiava vulgare, ardita, meco a garrir non chiamo.
Creusa. Partirò.
Livia.  Fallo tosto. Sollecita il ricamo.
Quel che a te diei disegno, richiama alla memoria,
E pensa che vicina la favola è all’istoria.
Creusa. Favola per me il foco fu di Terenzio altero;
Ma quel che per te nutre, Livia felice, è vero, (parte)

SCENA XIV.

Terenzio e Livia.

Terenzio. Fermati, ascolta. (vuol seguitarla)

Livia.  Come? In faccia mia seguirla?
Terenzio. Per ordin di Lucano parlar deggio, e sentirla.
Livia. Ciò da me potrà farsi.
Terenzio.  E ver, ma tu non sai....
Livia. Terenzio, con Lucano testè di te parlai. (dolcemente)
Terenzio. Di me che mai ti disse l’amabile signore?
Livia. Ti lodò, mi propose.... L’intesi a mio rossore.