Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/377

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TERENZIO 365

Lunga stagione invano speri prosperi auspici,

Se barbara a tal segno tu sei cogl’infelici.
Terenzio. Vecchio, di che ti lagni?
Critone.  Chi sei tu che mel chiedi?
Sei di Roma, o straniero?
Terenzio.  Servo i’ son, qual tu vedi.
Critone. Della vista il difetto soffre l’età canuta;
La tunica servile non ti aveva veduta.
Donde sei?
Terenzio. 4Africano. Terenzio è il nome mio.
Critone. Terenzio?.. Anche in Atene nome cotal s’udio.
Dicesi ch’egli merta1 i lauri alle sue chiome,
Rivivere facendo qui di Menandro il nome.
Se’ tu il comico vate?
Terenzio.  Quello son io.
Critone.  Deh insegna
A Roma dalle scene, che tirannia mal regna.
Cantino i carmi tuoi di Troia le ruine,
E tremino di Grecia quest’anime latine.
Nè dir che l’argomento soggetto è di tragedia;
Trattar dell’altre cose talor può la commedia.
Che s’ella del coturno non veste i propri attori,
Parlar fra gente bassa può ben d’alti signori.
Terenzio. Greco tu sei.
Critone.  Lo sono, e ne ringrazio i numi,
Che a noi dier leggi umane e docili costumi.
Terenzio. Spiegano i detti tuoi ch’odj di Roma il nome.
Critone. Vuoi tu che Roma apprezzi? Vuoi tu che l’ami? e come?
Giunge dall’età oppresso uom peregrino, antico;
Insultalo la plebe, non trova un solo amico.
Rispondermi non degna talun, s’io parlo seco:
Trattasi come schiavo un ateniese, un greco.
E finalmente un servo guidami da Lucano,
Mercè due dramme d’oro levatemi di mano.

  1. Zatta: metta.