Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/501

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TORQUATO TASSO 487

Dicasi pur ch’egli ami della Marchesa il volto,

Lo so che non è vero, lo so ch’ei non è stolto.
Ma è meglio che si dica, ama una vedovella;
Anzi che dir, egli ama una sposa novella:
Mentre, quantunque invano sperar da me si possa,
Dal mondo facilmente la critica s’addossa.
Non s’ha da dir ch’io gli abbia fiamma nel seno accesa;
Dicasi, anch’io lo dico, egli ama la Marchesa.
Sia giusto, o non sia giusto, dee credersi così.
Io so pur troppo il vero. Voi lo saprete un dì. (parte)

SCENA VII.

Sior Tomio e don Fazio.

Fazio. Maro me! no l’antienno. Me pare una sibilla.

Tomio. Mi, compare, l’intendo. No la xe una pupilla.
La sa el so conto; e vedo, da quel che la ne spazza,
Che ai gonzi la vorave vender pan per fugazza.
La vien co dei partidi, la fa la sussiegada,
Perchè no la gh’ha cuor de dir, son desprezzada.
A mi noil me convien, la dise, e ghe lo lasso.
Dirò de sta parona, co dise el nostro Tasso:
     «Vela il soverchio ardir colla vergogna,
     «E fa manto del vero alla menzogna.
Fazio. E a Napole dicimmo, in stil napoletano,
Chiù dolce e saporito, chiù bel dello toscano:
     Fa che ncesia lo scuorno a tanto pietto,
     E lo bero a lo fauzo faccia lietto.
(parte)
Tomio. In quanto a questo pò, per dir la veritae,
Tradotto in lengua nostra el xe più bello assae:
     E perchè no ti pari una sfazzada,
     Mostra de vergognarte, e sta sbassada.
(parte)