Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/213

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LA PUPILLA 205

Quaglia. Trovailo aperto.

Luca.  I servidori al solito
Del voler del padrone all’incontrario
Voglion far sempre. Mai le porte chiudono1.
E vien chi vuole.
Quaglia.  Non montate in collera,
Signor, per me; che sol da voi conducemi
Cosa che a mio parer non vi può offendere.
Luca. Che volete da me?
Quaglia.  Vi vuò proponere
Un buon negozio. Conoscete Orazio
Figlio d’Anselmo, quel modesto giovarne
Venuto da Pavia fuor di collegio,
Che la legge studiò sotto al Menocchio,
E sta qui dirimpetto...
Luca.  Sì, conoscolo.
Pria d’inoltrarmi in un discorso inutile,
S’ei vi mandasse Caterina a chiedermi,
La negativa alla richiesta anticipo.
Non la vuò maritar.
Quaglia.  (Corpo del diavolo!
I trenta ruspi se ne vanno in polvere;
Ma se ingegno mi val, non li vuò perdere). (da)
Luca. (Ho conosciuta l’intenzion del giovane).
Quaglia. Signor, per dire il vero, in parte astrologo
Siete, ma non del tutto. Io vengo a chiedervi
Per Orazio una donna, egli è verissimo,
Ma non è questa Caterina; ei priegavi
Che gli accordiate per isposa Placida.
Luca. La serva chiede?
Quaglia.  Per l’appunto; ei spasima
Per amor suo.
Luca.  Dove si vanno a perdere
I giovincelli che non han giudizio!

  1. Ed. Zatta: Mai porte non chiudono.