Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/370

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362 ATTO PRIMO

Berto. (Eccola; chi direbbe sotto quell’umil ciglio)

Tanta malizia fossevi, e tanto rio consiglio?) (da sè)
Placida. Serva, signore zio.
Berto.  Nipote, vi saluto.
Vi dirò in due parole di voi che ho risoluto.
Placida. Sì, signor, comandate, solo obbedirvi aspiro.
Berto. Vo’, fin che siete vedova, che andiate in un ritiro.
Placida. (Capisco donde viene cotal risoluzione.
Il fingere opportuno deluda la finzione). (da sè)
Berto. (Mi par che non le comodi). (da sè)
Placida.  In verità, signore,
Dar non mi potevate consolazion maggiore.
Moglie fui per mio danno, il mondo ho già provato,
E vivere destino nel libero mio stato.
Ma son tanti i perigli, tante le insidie sono,
Che ora l’offerta vostra accetto per un dono.
Che sono i falsi beni di questa terra ingrata?
Ogni più dolce brama dal tosco è amareggiata.
Speranza ingannatrice ogni piacer distrugge,
E solo il tristo mondo può vincere chi fugge.
Spero nel mio ritiro un vivere beato.
Mi si aprano le porte.
Berto.  (Son rimasto incantato), (da sè)
Placida. Signor, padre amoroso non siete di me sola,
Ma di Luigia ancora, d’amore a voi figliuola.
Fate ch’ella non meno, fuggendo ogni deliro,
Venga meco a godere la pace del ritiro.
Berto. Fanciulla... giovinetta... direi, a parer mio,
Fosse meglio educata in casa dello zio.
Placida. Oh, in questo perdonate. Ho pratica del mondo.
Il bene, il mal conosco, e franca vi rispondo,
Che un uom che ha sue faccende, di ciò sa poco o nulla,
E che maggior custodia esige una fanciulla.
Berto. È ver, ma in luogo mio, a custodirla viene
Un certo don Anselmo, ch’è uom saggio e dabbene.