Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/138

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130 ATTO PRIMO
SCENA V.
Ferrante e detti.

Ferrante. Ecco, signora mia, subito son venuto

Alla padrona nostra a rendere il tributo. (con ironia)
Dorotea. Garbato il signor suocero! mi piace il stile ironico.
Queste parole vostre han pur del maccheronico.
Rinaldo. No, signor padre, alfine al ben di tutti noi
Mia moglie è inclinatissima. Brama parlar con voi.
Ferrante. Nuora mia, compatitemi, la rabbia e la passione
Fa gli uomini talvolta parlar senza ragione.
Che volete voi dirmi?
Dorotea.  Vuò dir, con sua licenza.
Che usarmi si potrebbe un po’ di convenienza;
Che non son la padrona, ma che pretendo anch’io
Essere rispettata, dove ho portato il mio.
Che non vuò che mi vengano a rendere tributi.
Ma i scherni a una mia pari, signor, non son dovuti.
Ferrante. Scusatemi, ho scherzato.
Rinaldo.  Via, non più, Dorotea.
Spiegate al signor padre qual sia la vostra idea.
Dorotea. Non voglio che in ridicolo si ponga un mio consiglio.
Se mi deride il padre, mi sfogherò col figlio. (parte)

SCENA VI.
Ferrante e Rinaldo.

Ferrante. Mi ha chiamato per questo?

Rinaldo.  Non signor, l’ho trovata
A pro di mia sorella benissimo inclinata.
Ma della donna altera vi è noto il naturale;
Venire a disprezzarla, signor, faceste male.
Ferrante. Tu, balordo, fai male a secondarla in tutto;
Mira con tuo rossore della viltade il frutto.