Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/221

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L'APATISTA 213

Fabrizio. Non parlo più, signore. Vuol così? così sia.

Questa bella politica non si usa in casa mia;
Perchè certo proverbio io mi ricordo ancora,
Che quando un si fa pecora, il lupo la divora.
E innanzi di vedermi dal dente divorato,
Questa è la mia sentenza, prima il lupo accoppato.
(parte)

SCENA II.
Il Cavaliere, poi Fabrizio.

Cavaliere. Spirito di vendetta è una passione indegna;

Un così vil diletto entro al cuor mio non regna.
Che giovami vedere il mio nemico oppresso?
Perisca, o non perisca, io son sempre lo stesso.
Fabrizio. Signore, un forastiero brama venire avanti.
Cavaliere. Venga pure.
Fabrizio.  Il suo nome non mi domanda innanti?
Cavaliere. Inutile domanda. Quando verrà, il saprò.
Ma via, come si chiama?
Fabrizio.  In verità nol so.
Cavaliere. Dunque non sei curioso, se ancor non l’hai saputo.
Fabrizio. Son curioso benissimo. Ma dir non l’ha voluto.
Cavaliere. Fa ch’ei venga.
Fabrizio.  Non deggio pria ricercar che brama?
Saper di dove viene, saper come si chiama?
Cavaliere. Lo farò da me stesso.
Fabrizio.  Ma necessario egli è,
Ch’esponga l’imbasciata prima di tutti a me.
Cavaliere. La ragion?
Fabrizio.  A me pare, che voglia ogni ragione,
Ch’io conosca chi vuole venir dal mio padrone.
Cavaliere. O via, per questa volta fallo venir.
Fabrizio.  Cospetto!
S’ei non si dà a conoscere, venir non gli permetto.