Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/229

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L'APATISTA 221

Cavaliere. Ed io costantemente accompagnarvi or bramo.

Giacinto. Troppo onor...
Cavaliere.  Mio dovere...
Giacinto.  Non so che dire...
Cavaliere.  Andiamo.
(parte con Giacinto)
Conte. Povero me! l’ho fatta, e non vi ho rimediato;
Volea dopo ricorrere, e me ne son scordato.
A quest’uomo collerico che dire or non saprei;
Parli pur con mia figlia, io lascio fare a lei.
Nasca quel che sa nascere, alfin non mi confondo,
Vuò vedere un poltrone quanto sa stare al mondo. (parte)

SCENA V.
La Contessa Lavinia e don Paolino.

Contessa. Orsù, l’intolleranza del vostro cuore ardito

Potrà sollecitarmi a prendere un partito.
Meglio avereste fatto, almen per questo giorno,
Con simile imprudenza a non venirmi intorno.
Paolino. Lo so, dovea lasciarvi in piena libertà
Di assicurarvi il bene di vostra eredità;
Pretender non doveva, in faccia al Cavaliere,
Suggerirvi la legge del giusto e del dovere.
Contessa. Qual dover, qual giustizia?
Paolino.  Se vi ho donato il core,
È giustizia, è dovere, non mi neghiate amore.
Contessa. Il cuor non è più un dono, se ne chiedete il prezzo.
Paolino. Sia qualunque l’offerta, non merita un disprezzo.
Contessa. Il merito si perde col voler, col pretendere:
Devesi la mercede con sofferenza attendere.
Paolino. Ma il prossimo periglio fa palpitarmi il seno.
Contessa. In faccia mia la tema dissimulate almeno.
Paolino. Farlo non posso.
Contessa.  Andate dunque lontan di qua.