Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/292

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284 ATTO PRIMO

Cavaliere. Voi vi lagnate a torto: vi venero e vi stimo;

Nell’entrar nella camera vi ho salutato il primo.
Capitano. Farlo senza parole è segno manifesto
Di una scarsa amicizia.
Cavaliere.  No, il mio costume è questo.
Capitano. Come mai, Cavaliere, un uom come voi siete,
Un uom di quel sistema cui praticar solete,
D’una donna di spirito può mai sedere allato,
Senza annoiar la dama, od essere annoiato?
Cavaliere. Non m’annoiai finora; s’ella si annoia, il dica.
Capitano. La contessa Ermelinda d’inciviltà è nemica.
Non vel dirà sul volto.
Cavaliere.  Se me ne accorgerò
Ch’ella di me sia stanca, io la solleverò.
Capitano. Ma il vostro piede allora nello staccar da lei,
Sentirete voi pena?
Cavaliere.  Non dico i fatti miei.
Capitano. Voi ne fate mistero, ed io vi svelo il cuore:
Lontan dalla Contessa morirei di dolore.
L’amo, ve lo confesso, l’amo, e per lei languisco.
Mi compatite almeno?
Cavaliere.  Io sì, vi compatisco.
Capitano. Ma se parlar voleste sinceramente, e schietto,
Grand’amico non siete di chi le porta affetto.
Cavaliere. V’ingannate.
Capitano.  Se dunque ciò non vi punge il core,
Finor per la Contessa voi non sentiste amore.
Cavaliere. Simile conseguenza non ha ragion fondata;
Puote una donna sola da cento essere amata.
E delle loro fiamme che dubitar poss’io,
Se lusingarmi io posso che il di lei cuor sia mio?
Capitano. Vostro è suo cuore?
Cavaliere.  Io parlo, posto ch’ei fosse tale.
Capitano. E se poi tal non fosse?
Cavaliere.  Non ne avverria gran male.