Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/304

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296 ATTO SECONDO

Capitano. (Parmi capir la cifra; ma se dell’amor mio

Far intende una prova, vuò far lo stesso anch’io).
(da sè)
Baronessa. Quanto mi piace mai la vostra acconciatura!
Credo che la mia testa sia una caricatura.
Contessa. Per dir la verità, non vi lagnate invano.
Volete un parrucchiere? Ditelo al capitano.
Capitano. Vi servirò, signora, senza far torto in nulla,
Nè al vostro genitore, nè al grado di fanciulla.
Quello che far mi lice, tutto farò di cuore.
Ogni vostro comando per me sarà un favore:
Merita il sangue vostro, merita la beltà,
Ch’io vi offra e ch’io vi serbi rispetto e fedeltà.
Obbligo ho alla Contessa di quest’onor pregiato,
A una simil fortuna non vuò mostrarmi ingrato;
E chi conoscer vuole, se son d’amore indegno,
Vederà s’io vi servo col più costante impegno.
Baronessa. Umilissime grazie. (facendo una riverenza)
Contessa.  (Crede mortificarmi.
Sei lo fa per dispetto, saprò anch’io vendicarmi).
(da sè)
Baronessa, davvero con voi me ne consolo;
Il capitano è fido, ma in questo ei non è solo.
Anch’io posso vantarmi d’un cavalier costante:
Il cavaliere Ascanio è un virtuoso amante.
Un che servir s’impegna senza pretesto alcuno,
E non ha in gentilezza invidia di nissuno.
Capitano. (O finge, o dice il vero. Nell’uno o l’altro modo,
O d’umiliarla io spero, o vendicarmi io godo). (da sè)
Cavaliere. L’onor che voi mi fate, mi esalta e mi consola.
Dispor di me potrete: vi do la mia parola.
Contessa. (E dell’uno e dell’altro finor mi presi gioco;
Ma pur del capitano par che or mi caglia un poco).
(da sè)