Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/326

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318 ATTO TERZO
SCENA VII.
Don Armidoro e detti.

Armidoro.  Signora. (di dentro)

Contessa.  Venite.
Armidoro.  Eccomi qui.
Con voi mezz’ora almeno posso, signora mia...
Contessa. No, no, col Cavaliere restate in compagnia.
Ritornerò fra poco. (Vo’ terminar l’impegno;
Tutto si rende facile a un femminile ingegno). (parte)

SCENA VIII.
Don Armidoro ed il Cavaliere.

Armidoro. Per verità, son stanco di sofferir tal scena.

Deggio servirla, e poi posso parlarle appena.
Cavaliere. Non vi lagnate, amico: bisogna non ci sia,
Fra voi e la Contessa, l’amor di simpatia.
Armidoro. Ma fra tanti rivali, da cui vien corteggiata,
Possibil che nessuno non l’abbia innamorata?
Cavaliere. Nessuno, a parer mio: credo che la Contessa
Sia stata e si mantenga amante di se stessa.
La vanità la sprona a coltivar più d’uno,
Fa delle grazie a tutti, ma non distingue alcuno.
Armidoro. Eppure io non la credo senza passione in petto.
Per dir la verità, so io quel che m’ha detto.
All’amor mio piegata spero vederla un giorno,
E ho ragion di sperarlo.
Cavaliere.  Eccola di ritorno.
Armidoro. Fatemi la finezza, lasciatemi con lei.
Cavaliere. Ho da terminar seco certi interessi miei.
Andate e poi tornate.
Armidoro.  No, non vi cedo il loco.
Cavaliere. Che sì, che ve ne andate?
Armidoro.  Io? lo vedremo un poco.