Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/425

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LA DONNA DI GOVERNO 417

Dorotea.  Disgraziata!

Fabrizio.  Fuori di quella stanza.
Fuori di quella casa. (verso la camera dov’è Fulgenzio)

SCENA VII.
Fulgenzio e detti.

Fulgenzio.  Signor, meno baldanza.

Parto da queste soglie, perchè il padron voi siete.
Ma voi, donna ribalda, voi me la pagherete.
(a Valentina, e parte)
Fabrizio. Meco averà che fare.
Giuseppina.  Signor, chiedo perdono.
(a Fabrizio)
Perfida, un qualche giorno conoscerai chi sono.
(a Valentina, e parte)
Fabrizio. Non ci fate paura.
Dorotea.  Oh vecchio incancherito! (parte)
Valentina. Povera me! sentite? Perch’io vi porto amore,
Deggio mille strapazzi soffrir con mio rossore.
Tutti mi voglion morta.
Fabrizio.  No, gioja mia diletta,
Non temer di costoro. Vedran chi sono, aspetta.
Valentina. Con Giuseppina in casa non avrò mai respiro.
Fabrizio. Che ho da far di costei?
Valentina.  Cacciarla in un ritiro.
Fabrizio. Subito, immantinente, di casa uscirà fuore,
Anderà in un ritiro per forza o per amore.
Vo’ a ritrovar chi spetta1, vo’ a ritrovare il loco.
Chi sono e chi non sono, farò vedere un poco.
Vedran se Valentina comanda in queste soglie.
Oggi... lo voglio dire. Oggi... sarai mia moglie, (parte)

  1. Ed. Zatta: vo’ andar da chi s’aspetta.