Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/483

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Barbara. E tu, se più ti vedo... (a Lisetta)

Lisetta. Sto ad ascoltarvi intesa,
E per star più svegliata, ne prenderò una presa.
Favorisca. (chiedendo tabacco a Mariano con ironia)
Mariano. Padrona. (le offre il tabacco)
Lisetta. La scatola. (chiedendo la tabacchiera)
Mariano. Perchè?
Lisetta. Di che avete paura?
Mariano. (Ha da servir per me). (da sè)
Barbara. Via, prendeste tabacco. Svegliati or mi parete.
Ascoltatemi dunque, e il desir mio saprete.
II cavalier che adoro, è il conte d’Altomare,
Che alla conversazione da noi suol frequentare;
Finch’ei fu la matrigna a coltivare intento,
Lodavasi di lui la grazia ed il talento.
Ma tosto che le parve all’amor mio inclinato.
Fu da lei, fu da tutti deriso e disprezzato.
In grazia mia sofferse tutte l’ingiurie e l’onte,
Quanto crescean gli ostacoli, più si accendeva il Conte.
Ad ambi il nostro foco a simular costretti.
Ammutolendo il labbro, giocavano i viglietti.
Mi capite? (alli due)
Lisetta. Ho capito.
Barbara. Stanotte, in conclusione.
Ho potuto col Conte parlar dal mio balcone.
Dissemi ch’ei doveva dopo doman partire.
All’annunzio improvviso mi sento illanguidire.
Mancanmi le parole per il dolor che m’ange,
A singhiozzar principio, egli sospira e piange.
Giurami etema fede dal mio dolor commosso,
Pregami ch’io favelli, io favellar non posso.
Meco tornar s’impegna, lo giura, e mi conforta;
Dicogli allor tremando: idolo mio, son morta.
Egli pria di partire m’offre la fè di sposo.
Io non rifiuto il dono, che d’accettar non oso.