Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/508

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500 ATTO SECONDO

Petronilla. Udite? che si cangi per or non vi è pericolo;

(a don Policarpio)
Ecco, questi signori la mettono in ridicolo.
L’hanno chiamata apposta, e fin sugli occhi miei
Fingendo di lodarla si burlano di lei.
Duca. Signor, non son capace.
Cavaliere.  Signor, così non è.
Petronilla, Che impertinenza è questa? una mentita a me?
Policarpio. A lei una mentita, ch’è il fior di nobiltà?
E voi, sciocca, ignorante, andate via di qua.
Se cervel, se giudizio col tempo non farete.
Tutti vi burleranno, e in casa invecchierete.
Barbara. È vero, io lo confesso, non ho quel gran talento
Che ha la signora madre, ma pure io mi contento.
Dite ben, signor padre, non mi mariterò:
Pazienza, io mi contento di star come ch’io sto.
Se vogliono burlarmi, mi burlino così,
E chi sarà il burlato, noi vederemo un dì. (parte)
Petronilla. Non sa dir che sciocchezze.
Policarpio.  Non ha un grano di sale.
Conte. (S’ingannano di molto, e la conoscon male), (da sè)
Duca. Un cavalier d’onore, signor, nel vostro tetto
Venir non è capace a perdervi il rispetto.
(a don Policarpio)
Cavaliere. Io non uso, signore, tal costumanza ardita.
(a don Policarpio)
Petronilla. Oh via, signori miei, facciamo una partita.
Se il Cavalier non gioca, faremo un ombre in tre.
Il Conte ed il Duchino favoriran con me.
Conte. Perdonate, signora, s’ora non mi trattengo.
Vado per un affare, presto mi spiccio e vengo. (parte)
Petronilla. Via, signor Cavaliere, meco sia compiacente.
Cavaliere. Sono aspettato in piazza. Servitor riverente. (parte)
Petronilla. Dunque col signor Duca giocheremo a picchetto.
Duca. Trattenermi non posso. Le umilio il mio rispetto. (parte)