Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/521

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LA SPOSA SAGACE 513

Duca. Favorisca. (esibendo la sedia a donna Barbara)

Cavaliere.  S’accomodi, (esibendo la sedia a donna Barbara)
Petronilla.  Fermatevi, e sedete, (al Duca e al Cavaliere, facendoli sedere per forza.)
Barbara. Caro il mio signor padre, non mi può più vedere?
Che cosa mai le ho fatto? Mi lasci un po’ sedere.
(a don Policarpio)
Policarpio (Poverina! per dirla, mi fa compassione). (da sè)
Barbara. Permette un pocolino? (a don ’Policarpio)
Policarpio.  Via, vi do permissione.
Conte. Eccovi la mia sedia. (a donna Barbara)
Barbara.  E voi?
Conte.  Ne prendo un’altra.
(va a prendere un’altra sedia)
Barbara. Appresso il signor padre, (siede vicino a don Policarpio)
Petronilla.  (Come sa far la scaltra).
(da sè)
Conte. Se permette, la sedia alla sua sedia accosto.
(a donna Barbara)
Barbara. Eh caro signor Conte, questo non è il suo posto.
I cavalier non mancano, quando sono impegnati.
(accennando donna Petronilla con finto sdegno)
Conte. Non vedete, signora? sono i luoghi occupati.
Barbara. Per me vi parlo schietto, non fo da comodino;
Io sto col signor padre, non voglio alcun vicino.
Policarpio. (Cara la mia figliuola, siate un po’ più civile;
Con chi vi usa rispetto, mostratevi gentile.
Siete un po’ troppo ruvida; se non vi cambierete,
Credetemi, figliuola, non vi mariterete).
(piano a donna Barbara)
Barbara. Io parlo come penso, e tratto come soglio.
Ii Conte davvicino, signore, io non lo voglio.
(a don Policarpio forte)
Petronilla. Non vuol vicino il Conte, di già si dichiarì.
Ma se vi andasse il Duca, non parleria così.