Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/267

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Felicita. Volete che andiamo via? (a Leonardo)

Leonardo. Per me, andiamo pure.

Felicita. (Sciocco! Vi è un pasticcio di maccheroni, che vale) un tesoro). (a Leonardo, piano)

Leonardo. Davvero?

Felicita. Volete che andiamo?

Leonardo. Eh, non voglio ricusare le grazie della signora Costanza.

SCENA VIII.

Il Cavaliere dando braccio a Dorotea e Pasquina, una per parie. Poi il Conte servendo Silvestra, e detti.

Cavaliere. Eccomi qui, signore, eccomi in figura di Giano fra il mondo nuovo ed il mondo antico, (accennando la figlia e la madre)

Dorotea. Questi spropositi io non li capisco.

Pasquina. La minestra è in tavola. (con allegria)

Costanza. E dov’ è il signor Conte?

Cavaliere. Verrà ora Cupido con la sua Venere affumicata.

Costanza. Siete alle volte spiritoso un po’ troppo.

Felicita. Eccolo, eccolo il signor Conte.

Silvestra. Siamo qui, siamo qui. Avete forse mormorato di noi?

Conte. Sarebbe stata veramente una mormorazione contro la carità.

Costanza. Andiamo a tavola, che le vivande si raffreddano.

Felicita. Distribuite i posti, signora Costanza.

Cavaliere. Farò io, farò io. Qui la signora Silvestra. La sposa in capo di tavola. (la fa sedere sul mezzo)

Silvestra. Mi dite sposa, eh?

Cavaliere. Così mi pare, se non m’inganno, (guardando il Conte)

Silvestra. Eh furbacchiotto! (va a sedere nel mezzo)

Cavaliere. Conte, venite qui. (lo chiama vicino alla signora Silvestra)

Conte. Caro amico, andateci voi.

Cavaliere. Eh via, che occorre nascondersi? Non facciamo scene. Questo è il vostro posto.

Silvestra. Via, Conte; già è tutt’uno. Dice bene; non occorre nascondersi. Venite appresso di me.