Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/322

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So che le trame indegne il del renderà note.

Ma quanto ha da costarmi il riacquistar la pace,
Se me l’usurpa ingrato un traditor mendace?
Deh, se credete al nume regolator del cielo.
Se l’onor conoscete e della fama il zelo.
Se umanità nudrite, se Tonestade amate,
GÌ’insulti a un’infelice di procacciar cessate.
Fernando. Qual duro cor potrebbe resistere all’incanto
Di una beltà, cui rende ancor più vaga il pianto?
No, non son io sì crudo, che tormentarvi aspiri;
Basta che non si veggano scherniti i miei sospiri.
Vi sarò, lo protesto, amico e difensore.
Bastami che crudele non mi negate amore.
Marchesa. Anima scellerata, d’amor tu mi favelli?
Soffri che reo ti chiami, che traditor ti appelli.
A delirar cogli empi non è il mio core avvezzo.
La pace che m’involi, non compro a questo prezzo.
Usa, se puoi, l’inganno. Mirami a tuo dispetto.
Non paventar gl’insulti coli’innocenza in petto.
Fernando. Veggiam fin dove arriva di femmina l’ardire.
Voi dovrete, marchesa, o cedere, o morire.
Marchesa. Pria morir, che avvilirmi.
Fernando. Olà.

SCENA IX.

Prosdocimo e detti.

Prosdocimo. Mi ha domandato?

Marchesa. Che vuoi, ministro indegno di un seduttor malnato?
Prosdocimo. A me?
Fernando. Qui non vi è scampo; amor mi ha reso cieco.
Questo stile importuno pensate a cangiar meco.
Solo un sguardo amoroso tutto il mio sdegno ammorza,
E se l’amor non giova, dee prevaler la forza.
Marchesa. (Socconetemi, o numi). (da sè)