Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/406

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Si avverte che la tavola sia un poco in declivio, acciò (’) sia goduta, e di mettere otto candele, benchè sia di giorno, potendosi tollerare questa improprietà per non perdere affatto la scena per V oscurità. Sopra la tavola vi vorranno vari piatti, e si può fingere che siano ai frutti. Vi saranno delle bottiglie, dei rosoli, e poi a suo tempo il caffi.

Andreetta. Amici da levante, ala vostra salute. (beve)

Giacometto. Amici da ponente, viva le bele pute. (beve)
(tutti gridano evviva)
Ottavio. Lelio, evviva. (col bicchiere in mano)
Lelio. Chi viva?
Ottavio. Evviva la Contessa.
Lelio. Viva, viva di core. Oh se ci fosse anch’essa!
Felippo. Senza le done in boca, no i sa star un momento.
Viva chi ha procura sto bel divertimento.
Giacometto. E viva sior Lunardo, che n’ha tratai da re.
Andreetta. Viva quel bon amigo.
Felippo. Sonadori, sonè.
(L’orchestra suona una parte di sinfonia allegra, con i comi)
da caccia e colle trombe.
Andreetta. Mi ho magna ben, compare. (a Giacometto)
Giacometto. Semo stai ben tratai.
Lelio. Gran sfarzi nella tavola per me non ci trovai.
Felippo. Per mi son contentissimo, e la rason xe questa:
Cossa voleu de meggio per un ducato a testa?
I primi cinque piati i è stai sontuosonazzi;
Certo che in ti segondi no ghe xe sta gran sguazzi.
Ma misurando ben la spesa coll’intrada,
Me par che abiemo fato una bona zornada.
Giacometto. Gran risi!
Andreetta. E quela sopa (2)?
Ottavio. La carne era squesita.
Felippo. Che castra! che fritura! Mi ghe andava de vita.
(I) Ed. Zatta: acciochè. (2) Zuppa.