Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/437

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Ottavio. Eccoli in due parole.

Principiamo da questo: dice che non vi vuole.
Lelio. Bastami questa sola. Più non v’incomodate.
S’ella ciò mi conferma, vi riverisco, andate.
Brigida. Sior sì, ghe lo confermo; no per poco respeto,
Ma perchè in tei mio stato un’altra sorte aspeto.
In te le mie desgrazie el ciel me agiuterà.
Perchè in te l’assistenza del cielo ho confida.
Ma no parlemo più de ste malinconie;
Andemo che le barche xe a l’ordene fenie.
Andemo che i ne aspeta, e tuti xe curiosi
De veder in sta sera el fin dei Morbinosi.
Certo che noi sarà quelo che molti aspeta;
Come se poderà, se farà qualcosseta.
Ha dito sior Lunardo che averzì quel porton;
E a tuti sti signori ghe femo un repeton (i).
Si apre il tendone e si vede una tarlano illuminata, con peate
illuminate, e varie gondole, dove tutti vanno a montare, chi
in un luogo, chi nelV altro. Si sentono suoni, sinfonie e canti,
e con questo termina la Commedia.
Fine della Commedia.
(1) Profondo inchino. Detto per ischerzo. Vol. XIII, 326 ecc.