Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/46

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


SCENA V.

Riccardo e detti.

Riccardo. Posso bene aspettarvi.

Siete uscito di casa, siete in casa tornato;
Di me, per quel ch’io vedo, voi vi siete scordato.
Del concertato affare tosto vicina è l’ora;
Andiam, con permissione di codesta signora.
Conte. Vi prego dispensarmi; non vuol la convenienza
Ch’io la lasci qui sola.
Riccardo. Via, dategli licenza.
(a donna FelicUa)
Felicita. Al Conte io non comando, può far quel che gli aggrada:
Se vuol restar, ch’ei resti, se vuol andar, ch’ei vada.
Riccardo. Andiam.
Conte. No, perdonate.
Riccardo. Per me vi ho perdonato.
Ma almen non mi negate, che siete innamorato.
Perchè dirmi poc’anzi, celando il vostro cuore,
Che a lei la gratitudine vi lega, e non l’amore?
Conte. Dissi quel che mi parve; a voi non crederei
Obbligo avere alcuno di dire i fatti miei.
Riccardo. Meco non vi adirate.
Felicita. Il Conte è un uom sincero.
Quando così vi ha detto, non ha celato il vero.
Un po’ di gratitudine mi serba, e non è poco:
Per me nel di lui seno amor non trova loco;
E se a venire aveste un momento tardato,
Questa sua indifferenza mi avrebbe confessato.
Stava per dirmi ei stesso, che da un novello affetto
Accendere s’intese piacevolmente il petto;
Che là dove lo vidi entrar furtivamente.
Trovato ha una fanciulla più bella ed avvenente;
Che avrebbe l’amor suo per lei già dichiarato.
Ma tace pel timore di comparire ingrato.