Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/120

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Lindoro. (Ah pur troppo ho dei sospetti che mi tormentano !) (scrioe)

Zelinda. Tanto più che qiiest’ è un torto che fareste a me.

Lindoro. (È vero, ma non me ne posso ancor liberare !) (scrive)

Zelinda. Non dite niente ? non rispondete ? Sareste mai per av- ventura dubbioso ?...

Lindoro. Sono occupato a scrivere, quest’ è la ragione per cui non parlo.

Zelinda. Non credo mai che il mio caro Lindoro...

Lindoro. Lasciatemi terminar questa lettera.

Zelinda. Fate pure, non vi voglio sturbar d’ avvantaggio. (No,) no, non v’ è pericolo. Lindoro mi ama, mi conosce perfetta- mente, non può sospettare di me). (da sè)

SCENA li.

Fabrizio e detti.

Fabrizio. Lindoro, il padrone vi domanda.

Lindoro. Qua! padrone ?

Fabrizio. 11 signor don Roberto. Non sapete che il signor don Fla- minio è in campagna ? Che il padre lo ha mandato a vendere il grano ed il vino della raccolta?

Lindoro. Sì, è vero, non me ne ricordava.

Fabrizio. Andate dunque...

Lindoro. Non mi mancano che due righe a terminar questa lettera. (saive)

Fabrizio. Finitela, e andate. 11 padrone ha bisogno di voi.

Lindoro. (Ho gran sospetto sopra costui). ( da sè, scrivendo)

Fabrizio. (Ho un affar di premura da comunicarvi), (piano a Zelinda)

Zelinda. (Ditelo...) (piano a Fabrizio)

Fabrizio. (Ora non posso), (piano a Zelinda Bellissima questa tela.) Sono camiscie per il padrone ?

Zelinda. No, sono per mio marito.

Fabrizio. Brava. Gran donnetta di garbo ! Gran buona moglie ! In verità, Lindoro, non posso cessare di consolarmi con voi. Non si può dare un matrimonio meglio assortito di questo.