Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/147

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Zelinda. Signor don Roberto, siate voi il mio protettore, il mio difensore. (con tenerezza)

Roberto. Zelinda carissima, io vi conosco : so che siete onestis- sima, comprendo tutto quello che dite, lo credo, sarà cosi ; ma a fronte di tutto, a costo d’ ogni pericolo e d’ ogni ri- guardo, si tratta dell’onor vostro, si tratta della quiete di vostro marito, e credo che siate in debito di parlare.

SCENA IX.

Fabrizio e detti.

Fabrizio. (Resta in disparte, e ascolta.)

Zelinda. Possibile, signore, che un uomo saggio come voi siete...

Lindoro. EH’ avrà l’ardire di condannarvi... (a don Roberto)

Roberto. Mi pare la resistenza un po’ troppo forte... (a Zelinda)

Fabrizio. Con permissione. M’ hanno detto ch’ ella mi cercava. (a don Roberto con qualche agitazione)

Roberto. Oh appunto... (verso Fabrizio)

Lindoro. Ecco lì l’ interprete, il confidente...

Roberto. Lasciate padare a me. (a Lindoro)

Zelinda. Voi vedete, Fabrizio...

Roberto. Badate a me. (a Fabrizio, tirando fuori la lettera) Siete voi informato di questa lettera che fu trovata sul tavolino di Ze- linda ?

Fabrizio. Sì signore, la conosco benissimo, e Zelinda l’ ha avuta dalle mie mani.

Lindoro. Ecco s’ io diceva la verità...

Roberto. Tacete.

Zelinda. Fabrizio, io ho mantenuta la mia parola a costo di mille ingiurie, ci vogliono obbligar a parlare. Voi sapete di che si tratta, tocca a voi a decidere se s’ ha da parlare, o tacere.