Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/357

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Gottardo. Perchè vi ho da dar trenta paoli, se io non so niente del desinare?

Oste. Signor, perdoni, parlo con tutto il rispetto ; se ella per sorte non avesse presentemente il danaro, e non volesse, o non po- tesse ora pagarmi, son galantuomo, si accomodi, e mi basta la sua parola ; ma se mi nega il debito, con tutto il rispetto, con tutta la riverenza, vado subito a ricorrere alla giustizia.

Gottardo. No, fermatevi. Venite qui. Vedo anch’ io che sono stato soverchiato, ed a me tocca a pagar la soverchieria. Son galantuomo, e vi pagherò ; vi prometto che vi pagherò...

Oste. Tanto basta.

Gottardo. Ma vorrei almeno...

Oste. Il signor Gottardo è padrone di tutto.

Gottardo. Vorrei che mi diceste...

Oste. E quando le occorre, non ha che a comandare, ed io mi darò l’onore di servirlo.

Gottardo. Lasciatemi dire. Volete ch’io paghi, non ho mangiato, e per trenta paoli non potrò nemmeno parlare ?

Oste. Scusi, perdoni, parli. In che cosa la posso servire ?

Gottardo. Vorrei almeno sapere chi è quello che a nome mio vi ha ordinato il pranzo.

Oste. Mi pare di averglielo detto. Il suo signor hratello.

Gottardo. Ma se io non ho fratelli.

Oste. Sarà uno che avrà avuto l’onore di passare per suo fratello.

Gottardo. Ed io ho da pagare ?

Oste. Ho servito al di lei nome, in casa sua; la mia roba si è ritrovata nel di lei armadio.

Gottardo. Avete ragione, e vi pagherò. Ma ditemi in cortesia. Non lo conoscete quello che mi ha fatto l’onore di passare per mio fratello?

Oste. Signore, io non lo conosco altrimenti.

Gottardo. Era grande o piccolo ?

Oste. (Dirà la statura di Jlgapilo.)

Gottardo. Vestito con un abito... (secondo V abito di Agapito)

Oste. Non ci ho molto badato, ma mi pare di sì.