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104 memorie inutili


Non ho mai detto che nel picciolo archivio della famiglia nostra esiste un antico libro tarlato colle ricevute de’ pagamenti alle pubbliche decime, in cui si rileva che il padre del mio bisavolo pagava la decima al principe per dieci e piú mila ducati di rendita annuale che possedeva.

Un solo riflesso di moralità fa ch’io scriva questa menzione. La ricordanza di que’ ritratti che mi guardavano e del mio guardare lo stato squallido della mia abitazione, suscita in me ora l’estro vano di dire una verità, che può servire d’avviso esemplare a tutte le discendenze, ma che non servirà a nulla, e particolarmente alla nostra posterità.

L’avolo mio, che aveva lasciato un unico figlio maschio, una buona facoltà legata ad un strettissimo fideicommisso mascolino perpetuo, quattro civili abitazioni tutte corredate con abbondanza, l’una in Venezia, l’altra in Padova, l’altra in Pordenone, l’altra in Vicinale, villa del Friuli, com’egli accenna nel suo testamento, non si sarà mai immaginato che le disposizioni testamentarie de’ morti avessero pochissima forza co’ vivi.

Aveva già prevenuto l’amico signor Massimo fedelmente delle circostanze nostre famigliari, ma non aveva potuto prevenirlo di tutte le infelicità maggiori avvenute nella mia casa nel tempo del mio triennio dalmatino.

L’aver avuta una notizia che le due mie maggiori sorelle erano state maritate, aveva destata in me la lusinga che gl’interessi famigliari, ridotti ad un assetto migliore, avessero cagionata la bella impresa.

Ero in quel miserabile inganno che s’udirà, e che mi dicevano cento bocche degli oscuri oggetti che rn’erano a fronte.

Proruppi infine nelle mie consuete risa, e chiesi ridendo perdono al sozio dell’averlo invitato ad un mal albergo. L’accertai che il mio cuore era differente. Risvegliai con esso un’allegra conversazione, esaminando e trovando per ogni stanza degli addobbi, la comica vista de’ quali non faceva che raddoppiare le risa mie. Consigliava l’amico a ricreare il suo sguardo nel bell’esterno dell’abitazione. Alloggiammo infine nel miglior modo che potemmo.