Pagina:Gozzi - Memorie Inutili, vol 2, 1910 - BEIC 1838429.djvu/267

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lettera confutatoria 261

stato «aizzato da incompetenti violenze che vi furono opposte per distorvene».

La colpa fu dunque non vostra nemmeno in quel matrimonio di «vostra volontá», ma secondo voi fu della prudenza, che voi chiamate «incompetente violenza» de’ vostri, piú saggi di voi, amici o parenti.

Tuttavia la femmina che avete sposata era assai bella non solo, ma, per la vostra confessione che si legge nella pagina 130 de’ vostri libelli stampati in Stockholm, ella era padrona d’una dote di ventinovemila ducati, opportunissimi alle vostre boriose splendidezze.

Mi direte, caro Pietro Antonio, se questa bella donna, qualunque ella si fosse ma che v’ha recati ventinovemila ducati in dote, meritasse d’essere piantata da una vostra separazione con quel «assegno decoroso» che dite e che voglio credere mantenuto, per porvi in una totale libertá di viaggiare nelle effemminate eterne galanterie e per non soffrire i giusti lamenti di quella infelice. Mi direte pure s’ella meritasse che ne’ vostri passaggi di bella in bella e nelle vostre dissipazioni e prodigalitá non vi degnaste piú nemmeno di nominarla per vostra moglie, ma soltanto per «madama Santina», come faceste. Mi direte ancora se la sfortunata da voi detta «madama Santina» e non piú vostra moglie, che vi aveva recati ventinovemila bei ducati e che vi amava, meritasse di rimanere esposta colla vostra disperata fuga a que’ disordini, a quelle rapine, a quelle ingiustizie d’un fisco, che la vostra mente profonda, il vostro grand’intelletto indovinatore, conoscitore della cattiveria de’ tribunali, de’ ministri, degli avvocati, degl’intervenienti doveva prevedere.

Ci vuol altro che le vostre rettoriche tenere commiserazioni in parole stampate in Stockholm: il dipingerla vestita a nero supplichevole per voi, immersa nelle lagrime, spogliata di tutto; e quindi le vostre invettive, le vostre detrazioni contro a’ giudici, contro a’ ministri, contro a’ forensi, sopra la miseria di quella meschina; miseria di cui dovreste conoscere in voi la vera principale sorgente.