Pagina:Guglielminetti - Anime allo specchio, Milano, Treves, 1919.djvu/178

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occhi si posassero distrattamente sulla sua persona per osare di salutarla, per tentare d’avvicinarsi e di parlarle, ed intanto non gli sfuggiva l’ostilità fredda del suo atteggiamento così bene accentuato dalla severa eleganza del lutto, dallo scultorio cadere di qualche piega, dal bel cappello tetro ed alato che chiudeva con armoniosa simmetria il fine volto dall’esatto profilo.

Ella non si muoveva e finalmente con uno sforzo di tutta la sua volontà, con una abolizione di tutto il suo amor proprio, Romeo Valturba le si accostò ed inchinandosi profondamente le chiese il permesso di ossequiarla.

Ella gli volse lentamente lo sguardo, come se prima d’allora non lo avesse scorto e abbassò il capo in un dignitoso saluto, senza porgergli la mano.

— Mi perdoni, — proseguì il giovine mal celando la sua commozione — se ho ardito d’avvicinarmi a lei pur sentendomi tanto mal giudicato, pur sapendomi tanto disdegnato.

— Oh! — esclamò ella soltanto con un piccolo riso fra amaro e sprezzante, un riso di gelo che non riuscì a paralizzare l’umile fervore di Valturba.

— Io le mandai le mie condoglianze mesi fa, alla morte di suo marito — egli continuò — e non ebbi risposta; non l’aspettavo, è vero,