Pagina:Guicciardini, Francesco – Storia d'Italia, Vol. I, 1929 – BEIC 1845433.djvu/301

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libro terzo — cap. xv 295

dove allora era, la guardia reale e tutta la corte, e poi di mano in mano tutti i signori del regno, salutandolo e riconoscendolo per re: con tutto che per alcuno tacitamente si mormorasse che, secondo gli ordini antichi di quel reame, era diventato inabile alla degnitá della corona, contro alla quale avea nella guerra di Brettagna pigliate l’armi.

Ma il dí seguente a quello nel quale terminò la vita di Carlo, dí celebrato da’ cristiani per la solennitá delle Palme, terminò in Firenze l’autoritá del Savonarola. Il quale, essendo molto prima stato accusato al pontefice che scandalosamente predicasse contro a’ costumi del clero e della corte romana, che in Firenze nutrisse discordie, che la dottrina sua non fusse al tutto cattolica, era per questo stato chiamato con piú brevi apostolici a Roma; il che avendo ricusato con allegare diverse escusazioni, era finalmente, l’anno precedente, stato dal pontefice separato con le censure dal consorzio della Chiesa. Per la quale sentenza poiché si fu astenuto per qualche mese dal predicare, arebbe, se si fusse astenuto piú lungamente, ottenuta con non molta difficoltá l’assoluzione, perché il pontefice, tenendo per se stesso poco conto di lui, si era mosso a procedergli contro piú per le suggestioni e stimoli degli avversari che per altra cagione: ma parendogli che dal silenzio declinasse cosí la sua riputazione, o si interrompesse il fine per il quale si moveva, come si era principalmente augumentato dalla veemenza del predicare, disprezzati i comandamenti del pontefice, ritornò di nuovo publicamente al medesimo uffizio; affermando le censure promulgate contro a lui, come contrarie alla divina volontá e come nocive al bene comune, essere ingiuste e invalide, e mordendo con grandissima veemenza il papa e tutta la corte. Da che essendo nata sollevazione grande, perché i suoi avversari, l’autoritá de’ quali ogni dí nel popolo diventava maggiore, detestavano questa inubbidienza, riprendendo che per la sua temeritá si alterasse l’animo del pontefice, in tempo massimamente che trattandosi da lui con gli altri collegati della restituzione di Pisa era conveniente fare ogni opera per confermarlo in questa inclinazione, e da