Pagina:Guicciardini, Francesco – Storia d'Italia, Vol. II, 1929 – BEIC 1846262.djvu/63

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libro quinto ‐ cap. xi 57

tasse al figliuolo di Annibale la sorella del vescovo di Enna nipote del pontefice. Né cessava perciò Valentino di sollecitare la venuta delle genti franzesi e di tremila svizzeri condotti a suo soldo, sotto specie di usarle non piú contro a’ collegati ma per la ricuperazione del ducato di Urbino e di Camerino: perché i collegati si erano giá risoluti a ratificare l’accordo fatto, essendo stato tirato in questa sentenza il cardinale Orsino, che era allo Spedaletto in quello di Siena, dalle persuasioni di Pagolo e confortatone molto da Pandolfo Petrucci; a che, benché dopo lunga contradizione, consentirono Vitellozzo e Giampagolo Baglione a’ quali era sospettissima la fede del Valentino. Dopo la ratificazione de’ quali avendo medesimamente ratificato il pontefice, il duca d’Urbino, benché dal popolo che gli prometteva volere morire per la conservazione sua fusse pregato di non partirsi, nondimeno temendo piú dell’armi militari che non confidava delle voci popolari, ritornandosene a Vinegia, dette luogo all’impeto degli inimici, avendo prima fatte rovinare tutte le fortezze di quello stato eccetto che quelle di Santo Leo e di Maiuolo; e i popoli, essendovi andato per commissione del Valentino i popoli Antonio dal Monte a Sansovino, che fu poi cardinale, con facoltá di concedere loro venia, ritornorono d’accordo sotto il suo giogo: il che fece anche la cittá di Camerino, perché il signore se ne fuggí nel reame di Napoli, impaurito perché Vitellozzo e gli altri, levate le genti loro del contado di Fano, si preparavano per andare come soldati di Valentino a quella impresa. Nel quale tempo il pontefice mandò il campo a Palombara, ricuperata da’ Savelli insieme con Senzano e altre loro castella, nell’occasione dell’armi mosse da questi altri.

Ma il duca Valentino, volendo mettere a fine i suoi occulti pensieri, andò da Imola a Cesena; dove non quasi arrivato che le lancie franzesi, venute non molti dí prima, si partirno subitamente da lui, rivocate da Ciamonte, non per commissione del re ma o, come si affermava, per indegnazione particolare nata tra lui e il Valentino o pure perché cosí fusse stato procurato da lui, per essere manco formidabile