Pagina:I Malavoglia.djvu/196

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 186 —

— O anime sante del purgatorio! — esclamò baciando il rosario lo zio Santoro, il quale era stato ad ascoltare tutto intento, cogli occhi spenti; ma egli era inquieto, e muoveva le labbra di qua e di là, come fa delle orecchie un cane da caccia che sente la pedata.

— Sono amici, non temete — aggiunse don Silvestro sghignazzando.

— Sono compare Tino, e Rocco Spatu, — aggiunse il cieco dopo essere stato attento un altro po’.

Egli conosceva tutti quelli che passavano, al rumore dei loro passi, fossero colle scarpe o a piedi nudi, e diceva: — Voi siete compare Tino, oppure siete compare Cinghialenta. — E siccome era sempre là, a dir delle barzellette con questo e con quello, sapeva ciò che accadeva in tutto il paese, e allora per buscarsi quei dodici tarì, come i ragazzi andavano a prendere il vino per la cena, li chiamava — Alessi, o Nunziata, o Lia, — e domandava pure: — Dove vai? d’onde vieni? che hai fatto oggi? oppure: L’hai visto don Michele? ci passa dalla strada del Nero?

’Ntoni, poveretto, finchè c’era stato bisogno, era corso di qua e di là senza fiato, e s’era strappati i capelli anche lui. Adesso che il nonno stava meglio, girandolava pel paese, colle mani sotto le ascelle, aspettando che potessero portare un’altra volta la Provvidenza da mastro Zuppiddu per rabberciarla; e andava all’osteria a far quattro chiacchiere, giacchè non ci aveva un soldo in tasca, e raccontava a questo e a quello come avevano visto la morte cogli occhi, e così passava il tempo, cianciando e spu-