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I Vicerè 107

tempo dei matrimonii; ma benchè da lontano, fu l’unico che approvasse l’opera della cognata, attirandosi naturalmente per quell’approvazione, e più per il motivo che glie la dettava, i fulmini di donna Ferdinanda e di don Blasco. Questa ragione era d’indole tutta politica. Il barone Palmi, padre di Matilde, liberale d’antica data, aveva preso alla rivoluzione del Quarantotto una parte così attiva che, dopo la restaurazione, colpito da una condanna capitale, s’era rifugiato a Malta, e senza specialissime protezioni e solenni impegni di non cominciar da capo, quell’esilio, invece di pochi mesi, sarebbe durato quanto la sua vita. Nondimeno, graziato ed ammonito, egli ricominciò a dirigere nel suo paese e in quasi tutta la Sicilia il movimento contro il regime borbonico. Ora, queste sue opinioni politiche e questa sua autorità nell’ancor vivo partito liberale, furono le ragioni per cui il duca vide bene il matrimonio della figliuola di lui con Raimondo.

Fino al Quarantotto, il duca, come tutti gli Uzeda, era stato borbonico per la pelle. Ma quantunque come secondogenito e duca d’Oragua, avesse avuto qualcosa di più del magro piatto ed alcuni zii materni avessero contribuito ad impinguare il suo appannaggio, pure egli aveva un’invidia del primogenito e una smania d’arricchire e di farsi valere nel mondo più grande di quella dei fratelli, giacchè la sua dotazione svegliava ma non appagava i suoi appetiti. Finchè era durato il fedecommesso, i cadetti avevano sopportato con discreta rassegnazione il loro stato miserabile, non potendo dar di cozzo contro la legge; ora che i primogeniti erano preferiti per un’idea che al soffio dei nuovi tempi pareva pregiudizio, l’invidia li rodeva. Per questo sentimento che aveva fatto di don Blasco un energumeno, e alimentato la cupidigia di don Eugenio, il duca aveva dato ascolto alle lusinghe dei rivoluzionarii, ai quali premeva di trarre dalla loro un personaggio importante come il duca d’Oragua, secondogenito del principe di Francalanza. Egli non cessò per altro dal far la consueta